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Sandali Valentino-Birkenstock agli Oscar

Frances McDormand in abito couture e modello casual ai piedi

 

Della serie addio all’eleganza formale da red carpet: i sandali casual per antonomasia, quei modelli francescani che i più portano d’estate al mare, sono sbarcati il 24 febbraio sul palco degli Oscar a Hollywood, ai piedi del’attrice Frances McDormand, che ha indossato un modello esclusivo creato da lei in collaborazione con Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della Valentino e prodotto dalla Birkenstock, l’azienda che li ha lanciati. L’attrice ha indossato un abito lungo rosso cremisi di Valentino Haute Couture, ma ai piedi portava i sorprendenti sandali Arizona. “La mia percezione estetica – ha detto Piccioli – ha sempre consentito delicati contrasti, come potrebbe sembrare quello tra un abito haute couture e sandali casual. Non vedo alcuna contraddizione in questo, nessun contrasto, ossimoro. La bellezza riflette la complessità della vita e ciò che la rende interessante è la sua capacità di mescolare commedia e dramma, notte e giorno”.

Se vuoi iniziare a pensare ad un’estate alla moda ricorda che ad Ostia Lido, la Sanitaria Polaris è rivenditore di sandali e ciabatte Birkenstock,
per chi proprio non riesce a portare il plantare d’estate!

Vi aspettiamo nella nostra sede di Piazza Vega 9, di fronte al CPO, per mostrarvi i modelli per l’estate 2019.

Fonte: ansa

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L’uso dell’idropulsore è sinonimo di prevenzione e igiene dentale

Si tratta di uno strumento decisamente semplice da utilizzare e adatto a tutte le famiglie. In alcuni casi sostituisce il noioso filo interdentale.

L'uso dell'idropulsore è sinonimo di prevenzione e igiene dentale

 

L’uso dell’idropulsore è sinonimo di prevenzione e igiene dentale. Nel corso degli anni, la ricerca clinica nel campo dell’igiene orale si è sempre più orientata verso metodi alternativi che riducessero il numero di spazzolamenti quotidiani per prevenire danni alla superficie dentale.

 

Verso i primi anni ’60 fu indrodotto nella pratica clinica l’irrigatore dentale o idropulsore, uno strumento destinato ad affiancare sempre di più il tradizionale spazzolino, per assicurare un’igiene orale ancora più efficace. Vediamo più da vicino di cosa si tratta e come funziona.

 

L’idropulsore, conosciuto anche come doccia dentale, è un apparecchio che sfrutta attraverso il suo getto la pressione dell’acqua per andare a rimuovere i residui di cibo che dopo aver mangiato si depositano tra gli spazi interdentali, zone inaccessibili allo spazzolino. L’idropulsore dentale è fondamentalmente composto da tre parti principali: il serbatoio, la pompa idraulica e il compressore. Naturalmente per orientare il getto ogni idropulsore sarà anche dotato di un beccuccio. L’uso quotidiano di questo strumento è in grado di prevenire malattie dentali, gengiviti, tartaro, carie e alito cattivo. Grazie al suo getto calibrato, oltre a rimuovere in modo efficace i residui di cibo, può essere un valido alleato dello spazzolino anche nella rimozione di batteri subgengivali, danneggiandone al tempo stesso le strutture cellulari.

 

Ma i pregi dell’idropulsore dentale non finiscono qui, infatti, utilizzato a pressione media per alcuni secondi, determina una riduzione quasi completa del biofilm batterico, ha effetti anti-infiammatori e con la sua azione massaggiante rinforza le gengive stimolando la circolazione sanguigna. In alcuni casi, miscelando l’acqua al colluttorio, l’idropulsore per denti agisce in modo molto efficace nella pulizia di ponti e impianti dentali. Inoltre l’idropulsione delle superfici orali con diversi agenti farmacologici, come ad esempio la clorexidina, consente una maggiore penetrazione ed efficacia. L’uso dell’idropulsore dentale è indicato per i pazienti diabetici, soggetti allo sviluppo di parodontiti, per chiunque avesse appena completato un ciclo di terapia parodontale e molto altro ancora. L’uso quotidiano dell’apparecchio può rappresentare un efficace supplemento allo spazzolamento quotidiano.

 

Si tratta di uno strumento decisamente semplice da utilizzare e adatto a tutte le famiglie. In alcuni casi sostituisce il noioso filo interdentale. Tra i vari modelli di idropulsori dentali, quello portatile è stato specificamente ideato per poter essere utilizzato fuori casa o per ridurre ulteriormente gli spazi di ingombro senza rinunciare alle caratteristiche di idropulsione. Oggi in commercio esistono vari modelli che possono variare di prezzo a seconda della tecnologia impiegata, del brand e dei costi di produzione. I prezzi degli idropulsori possono spaziare da un minimo di cinquanta euro ad oltre cento euro.

Naturalmente i modelli semi-professionali e quelli professionali hanno dei costi decisamente più alti e non sono reperibili nei comuni canali commerciali.

 

Sanitariapolaris.it offre numerose soluzioni professionali nel campo degli idropulsori, grazie alla collaborazione con Waterpick, azienda leader
nella produzione di idropulsori molto diversi da quelli “made in china” che si possono trovare ovunque.

L’igiene dentale è importante, utilizzate prodotti di qualità!

Ecco le nostre soluzioni: https://www.sanitariapolaris.it/categoria-prodotto/elettromedicali/idropulsori/

Fonte: sanremonews

 

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La riabilitazione respiratoria, un percorso terapeutico non farmacologico

 

Secondo il WHO World Health Report 2001 le patologie respiratorie rappresentano in Europa la 5° causa di disabilità. In Italia, le malattie dell’apparato respiratorio rappresentano la terza causa di morte e, di queste, la Bpco (inclusa l’asma) rappresenta il 55% (dati Gold 2005). Tra le varie opzioni terapeutiche di cui disponiamo per queste patologie, la riabilitazione respiratoria ricopre un ruolo importante.

La riabilitazione respiratoria è un programma globale e multidisciplinare di cure basato sull’evidenza, rivolto a pazienti affetti da malattie respiratorie croniche che sono sintomatici e spesso limitati nelle attività della vita quotidiana, in tutti gli stadi di gravità. Integrata nel trattamento individuale della persona, la riabilitazione respiratoria ha lo scopo di ridurre i sintomi, ottimizzare lo stato funzionale, aumentare la partecipazione e ridurre il consumo di risorse sanitarie, attraverso la stabilizzazione o il miglioramento della condizione patologica cronica o post-acuta. I programmi di RR hanno in effetti documentata efficacia anche in situazioni di riacutizzazione e recidive delle patologie croniche, situazioni in cui si può riuscire a contenere lo sviluppo di disabilità secondarie.

Come già sottolineato le strategie attualmente impiegate nei programmi di riabilitazione respiratoria sono da considerare a tutti gli effetti parte integrante ed essenziale nella terapia.

Alla luce di quanto detto sopra, si comprende pertanto come l’intervento riabilitativo si è andato via via trasformando da un intervento prevalentemente fisiochinesiterapico a un approccio riabilitativo globale all’interno di percorsi assistenziali appropriati. Per ottenere un progetto realizzabile, i pazienti debbono essere convogliati all’interno di programmi individualizzati sulla base delle esigenze e delle situazioni in cui versano. Un presupposto all’applicazione più appropriata di questi programmi è la valutazione clinica e funzionale specifica d’organo. A tale scopo si utilizzano misure di funzione, disabilità e partecipazione/relazione validate e riconosciute dalla comunità scientifica internazionale. Un utile contributo per la valutazione e la complessità dell’individuo e per l’inquadramento anche extra-polmonare del malato, è rappresentato dall’utilizzo di strumenti validati per la classificazione quantitativa e qualitativa delle comorbilità croniche, quali la Cumulative Illness Rating Scale (Cirs).

L’applicazione dei programmi ha come effetto auspicabile la realizzazione, dunque, di obiettivi realistici che possono essere distinti in miglioramenti a “breve termine” (quelli fondamentali della disabilità respiratoria come la dispnea o il controllo degli scambi respiratori, e della disabilità generale come la tolleranza all’esercizio, lo stato nutrizionale, lo stato psicologico, la qualità di vita), e miglioramenti a “lungo termine” (il mantenimento nel tempo dei precedenti e, in aggiunta, la promozione di un minore consumo di risorse sanitarie tramite la riduzione delle ospedalizzazioni ripetute, o l’impatto migliorativo sulla mortalità, ottenuto con la applicazione di presidi per la cura della insufficienza respiratoria e la eliminazione di fattori di rischio aggravanti quali il fumo).

Criteri inclusione ed esclusione

Il concetto chiave che orienta l’inclusione nei programmi di riabilitazione respiratoria è la verifica della sussistenza di una condizione di disabilità trattabile, che può essere indipendente dalla gravità della funzione respiratoria misurata nei pazienti candidati. Pertanto una accurata selezione del paziente basata su questo presupposto consente di definire le indicazioni e le valutazioni di outcome, oltre che a porre eventuali controindicazioni.

Un altro concetto importante che può condizionare la indicazione all’intervento riabilitativo specialistico, cui la riabilitazione respiratoria appartiene, è la relazione di causa e lo stato di necessità clinica che può infatti prescindere dalla pura diagnosi e soprattutto dalla gravità della funzione respiratoria.

Da questo punto di vista l’indicazione può avvenire quando fa riferimento all'”evento indice“. L’evento indice in riabilitazione respiratoria fa riferimento alla analisi combinata del rischio clinico, della complessità clinico-assistenziale, del grado di disabilità, e della situazione socio-economica e residenziale del paziente.

L’evento indice è chiaramente identificabile in tutti i pazienti che hanno avuto un ricovero recente legato a un evento respiratorio acuto. Dal momento poi che la Rr è universalmente riconosciuta come la soluzione terapeutica privilegiata per la gestione di questi pazienti, ne deriva anche che ogni paziente cronico respiratorio con un evento avverso recente rappresenta un’appropriata indicazione alla riabilitazione respiratoria.

Nella disabilità progressiva che si associa alle patologie respiratorie croniche o alle sequele di eventi pregressi (come nel caso d’interventi chirurgici su strutture del torace e/o del polmone) l’evento indice può essere di difficile datazione, ma in queste situazioni esiste comunque una “condizione di necessità” che coincide con un rischio elevato di aumento (e di difficile recupero) della disabilità individuale legata alla presenza d’indicatori prognostici negativi e/o alla concentrazione dei singoli fattori di rischio per patologia cardiopolmonare (ad esempio le stesse comorbilità croniche), i quali creano le condizioni più favorevoli per la progressione in senso generale della malattia stessa.

L’unica controindicazione assoluta alla riabilitazione respiratoria Rr è rappresentata dalla mancata volontà da parte del paziente di parteciparvi o da una non buona compliance (= adattabilità) a essa. Le malattie coesistenti (comorbilità), il tabagismo, le barriere geografiche o linguistiche, la compromissione cognitiva e psicomotoria, i problemi socioeconomici, tutti fattori che certamente possono influenzare la efficacia dell’intervento, non rappresentano di per sé criteri di esclusione a priori dal programma.

Le risposte alle domande sono generali e indicative. Per avere un parere dettagliato consigliamo sempre di sentire il proprio medico di famiglia che conosce il quadro clinico generale del paziente.

Chiediamo a chi scrive di specificare nell’oggetto della email lo specialista a cui desidera rivolgersi ma, soprattutto, di avere un po’ di pazienza. La risposta non sarà immediata perché le domande che arrivano ai nostri esperti sono tantissime e non è possibile rispondere a tutte in tempo reale. La redazione si occuperà di dare la priorità alle domande la cui risposta possa essere di interesse generale per tutti gli utenti

Per visualizzare i nostri prodotti per la ginnastica respiratoria, puoi cliccare qui: https://www.sanitariapolaris.it/tag-prodotto/ginnastica-respiratoria/

Fonte: huffpost

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Ipertensione, valori pressione arteriosa e una corretta terapia

Ipertensione arteriosa è un argomento apparentemente conosciuto molti, ma realtà sono sfumature e molte modalità di misurazione della pressione ed è importantissimo conoscere le differenze.

La pressione arteriosa non è altro che la forza esercitata dal cuore sulla parete delle arterie, e per definizione c’è una sistola, dove il cuore si incontrare e una diastro dove il cuore si rilassa, dalla rivelazione numerica di questi parametri si hanno i valori di pressione arteriosa. È una variabile continua, nel senso che la pressione non è mai la stessa durante la giornata. La pressione varia molto durante il giorno in relazione allo stress e dall’attività lavorativa, e per questo durante il giorno tende ad essere sostanzialmente più alta, per poi abbassarsi con il riposo notturno.

Quello che bisogna ricordare e che non deve essere un riscontro occasionale, quindi per fare una diagnosi non basta riscontro di una sola volta, ma bisogna avere delle conferme ripetute nel tempo.

Nella quotidianità ormai da molti anni ci sono apparecchi automatici che aiutano molto nella misurazione della pressione, sono di facile utilizzo e anche di basso costo, questi dispositivi permettono in maniera molto comoda è molto semplice di misurare la pressione arteriosa al proprio domicilio. Questi apparecchi hanno doppio vantaggio di essere sempre in condizioni ottimali e l’altro vantaggio è che automaticamente danno oltre al valore della pressione sistolica e della pressione diastolica il valore della frequenza cardiaca.

Quindi, automaticamente non sappiamo non solo il valore della sistolica ma anche del battito cardiaco, tutto questo con una misurazione che dura pochi minuti. Va ricordato che anche l’auto misurazione va fatta correttamente seguendo delle regole semplici ma che vanno rispettate, quindi il braccio deve essere sempre denudato, il paziente deve essere seduto comodamente, rilassato, non deve avere né fumato né preso caffè nell’ultima mezz’ora e la sedia deve essere una sedia con lo schienale, sostanzialmente buona abitudine di vedere sempre la misurazione, in realtà la prima misurazione andrebbe sempre saltata, specialmente per quei pazienti che vanno a fare la misurazione automatica in farmacia e quindi arrivarci già un po’ affaticati.

Valori della pressione arteriosa

Per quanto riguarda i valori della pressione arteriosa, un po’ come valori del colesterolo vengono continuamente resettare, adesso ci sono delle belle sono molto rigide sono differente secondo della parte dell’oceano dove siamo, gli americani sono un pochino più rigorosi di noi, noi italiani abbiamo queste nuove tabelle sono uscite da poco nel congresso di protezione nel 2018 che lasciano come limite massimo di tolleranza il valore di 139 per la sistolica e di 89 per la diastolica, questa è un’indicazione di massima, però questa indicazione di massima si possono avere pazienti che pur avendo questa pressione, anche se rientra ancora entro i limiti normali vanno trattati, e chiaramente sono dei pazienti che hanno delle patologie aggiunte.

Sanitaria Polaris Srl offre tantissime soluzioni per poter misurare la pressione! Qui trovi tutte le soluzioni automatiche e manuali: https://www.sanitariapolaris.it/categoria-prodotto/art-san/sfigmo/

Per maggiori informazioni non esitare a contattarci!

Fonte: controcopertina 

 

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Vasca gonfiabile per lavare i capelli ad anziani e disabili

Descrizione

Questa vasca gonfiabile per lavare i capelli per anziani e disabili è un ausilio molto pratico e funzionale per le persone allettate.

La sua struttura comoda e confortevole permette di lavare i capelli nel proprio letto, con l’aiuto di un’altra persona.

La vasca gonfiabile fornisce un supporto sicuro ma confortevole: infatti la testa ed il collo vengono appoggiati su una superficie morbida, mentre un piccolo cuscino gonfiabile al centro della vasca fornisce un ulteriore appoggio per il capo.

Questa vasca gonfiabile per lavare i capelli per anziani e disabili  è realizzata in vinile ad alta resistenza. Il tubo flessibile per il drenaggio è lungo 1 metro ed una sua estremità è provvista di un dispositivo di bloccaggio che regola lo svuotamento dell’acqua.

Il lavatesta da letto gonfiabile è leggero e si può riporre facilmente quando non viene utilizzato.

Vi indirizziamo al link con la nostra migliore soluzione per il lavaggio dei capelli di persone allettate! Scoprite il nostro prodotto, di qualità ed economico, vi semplificherà la vita!

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Le piaghe da decubito «dimenticate» dai servizi di assistenza a domicilio

In quattro casi su dieci le persone con lesioni non vengono seguite a casa dal Servizio sanitario nazionale e due pazienti su dieci non usano sistemi antidecubito che invece ci sono e portano a guarigione

Affliggono soprattutto persone allettate e non autosufficienti, per questo le lesioni cutanee da pressione (o ulcere da decubito) vanno trattate in assistenza domiciliare nella maggior parte dei casi. Spesso, però, non viene ancora garantito il diritto dei pazienti a ricevere le medicazioni e le cure necessarie a casa propria, come mette in evidenza il recente «Studio italiano lesioni da pressione» dell’Associazione italiana ulcere cutanee (Aiuc), che ha coinvolto 1.270 pazienti anziani. I risultati indicano che più di quattro pazienti su dieci non vengono seguiti dalla Asl: di questi, circa il 7 per cento paga di tasca propria un infermiere o medico privato per curarsi, gli altri, non potendo permetterselo, non ricevono nessuna assistenza qualificata.

  • Come si affrontano le piaghe da decubito
  • Come si affrontano le piaghe da decubito
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Gestione affidata ai familiari

«Troppi pazienti con lesioni da pressione non sono intercettati dal sistema sanitario che, di fatto, delega la loro gestione ai familiari, eppure nella maggior parte dei casi si può guarire con cure appropriate — sottolinea il presidente di Aiuc, Francesco Petrella, referente per la formazione e indirizzo della Rete assistenziale di riparazione tessutale alla Asl Napoli 3 Sud — . I motivi? Probabilmente la Asl non accoglie la richiesta di attivare il servizio domiciliare perché non è grado di fornirlo, a volte capita che i pazienti e i loro familiari non lo richiedano perché non sanno che possono accedervi, anche se il medico di famiglia dovrebbe essere informato».

Personale infermieristico «esterno» alla Asl

Quando, invece, il servizio a domicilio è garantito dalla Asl, in più di sei casi su dieci è affidato a personale infermieristico esternalizzato. «Alcuni studi — riferisce Petrella — evidenziano che i pazienti con lesioni da pressione sono curati meglio da infermieri interni alla Asl che fanno parte di un’equipe stabile di professionisti, con protocolli definiti da seguire e con una formazione specifica sulle ulcere».

Materassi inadeguati

Lo studio rileva inoltre che quasi due pazienti su dieci non utilizzano nessun sistema antidecubito; tutti gli altri ne usufruiscono anche se, nella maggior parte dei casi, le Asl forniscono i tradizionali materassi antidecubito a gonfiaggio alternato. «Sono ancora poco usati i materassi a cessione di aria, inseriti nel nuovo nomenclatore dell’assistenza protesica— fa notare ancora Petrella — . Costano di più ma rappresentano uno dei migliori presidi per la prevenzione delle lesioni da pressione e la gestione delle ulcere più gravi, di III e IV grado».

Medicazioni e apparecchiature

Va meglio per le medicazioni avanzate, necessarie soprattutto per trattare le lesioni da pressione più gravi: secondo l’indagine, l’83,9 per cento dei pazienti le riceve dalla Asl. Sono, invece, utilizzate solo nell’1,7 per cento dei casi le terapie a pressione negativa. «Si tratta di tecniche che consentono di ottenere più alte percentuali di guarigione in tempi ridotti — spiega il presidente di Aiuc —. Per motivi economici, non tutte le Asl sono dotate dell’apparecchio per la pressione topica negativa, tra l’altro utile anche in altri casi. Capita anche che un cittadino residente nella stessa città possa accedere o meno a queste terapie a seconda dell’Asl cui appartiene. Oltre alla disparità di trattamento dei pazienti — prosegue Petrella — , un altro dato preoccupante emerso dallo studio è la quasi totale assenza di supporto sociale per chi è affetto da lesioni da pressione: su 1.270 pazienti appena cinque possono contare sull’intervento dei servizi sociali del Comune.

Strategie assenti

«La famiglia tampona come può ma, in un Paese che invecchia e con nuclei familiari sempre più ridotti, — avverte il presidente Aiuc — il problema delle ulcere cutanee, che già oggi affligge due milioni di italiani, potrebbe esplodere in un futuro non molto lontano, se non si mettono subito in atto strategie per prevenirle».

La Sanitaria Polaris Srl offre ai propri clienti numerose soluzioni preventive al problema. Potete visionarle a questo link: https://www.sanitariapolaris.it/categoria-prodotto/antidecubito/

Per informazioni non esitate a contattarci!

Fonte: Corriere.it

 

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Il piede diabetico

Il Piede Diabetico è detto anche Artropatia di Charcot o Piede neuropatico.

Il piede diabetico è una patologia diffusa ed è causa comune di ospedalizzazione e amputazione. I pazienti presentano, insieme all’ulcerazione della cute, infezione e/o artropatia di Charcot. L’eziologia primaria consiste nella compromissione del nervo periferico che risulta deficiente nella sensibilità propiocettiva, nelle funzioni autonome e/o motorie. In seguito a impercettibili traumi ripetuti si ha un deterioramento della cute con perditi del feedback sensoriale. L’insufficienza vascolare può contribuire a peggiorare la situazione dei piedi in un paziente diabetico.

 

 

Per diabete si intende un gruppo di disordini metabolici caratterizzato da alti livelli di glucosio nel sangue. Le quattro principali categorie sono:

  1. il tipo 1 (diabete mellito insuline-dipendente),
  2. il tipo 2 (diabete mellito non insulinedipendente),
  3. il diabete mellito gestazionale e
  4. il diabete secondario ad altre patologie.

Il tipo 1 e 2 sono le forme più comuni, con approssimativamente il 5-10% di tutti i casi di diabete per il diabete 1 e l’85-90% per il tipo 2.

Il piede diabetico è una patologia diffusa negli Stati Uniti ed è causa comune di ospedalizzazione e amputazione.

diabete

I pazienti presentano, insieme all’ulcerazione della cute, infezione e/o artropatia di Charcot. L’eziologia primaria consiste nella compromissione del nervo periferico che risulta deficiente nella sensibilità propiocettiva, nelle funzioni autonome e/o motorie. In seguito a impercettibili traumi ripetuti si ha un deterioramento della cute con perditi del feedback sensoriale. L’insufficienza vascolare può contribuire a peggiorare la situazione dei piedi in un paziente diabetico.

I pazienti con disfunzione autonoma presentano pelle secca, squamosa, screpolata, condizioni queste che la predispongono all’ulcerazione.

La neuropatia motoria causa la debolezza dei muscoli intrinseci del piede, la deformità delle dita ad artiglio, la sublussazione o dislocazione dell’articolazione Metatarsofalangea, una posizione plantare anomala delle teste metatarsali, un aumento della pressione sulla pianta del piede, la screpolatura, ulcerazione, infezione profonda della pelle e l’osteomielite. Forze esterne quali ad esempio quelle causate da calzature troppo strette, possono contribuire alla lacerazione della pelle.

L’artropatia di Charcot provoca un’alterazione della normale percezione algica e delle sensazioni propiocettive. Si hanno progressiva alterazione della stabilità dell’articolazione e gravi deformazioni ossee.

SINTOMI CLINICI

I pazienti possono non presentare sintomi oppure possono riportare dolere notturno caratterizzato da bruciore e formicolio secondari a una nevrite.

Nelle zone sottoposte a una pressione anormale si ha screpolatura della pelle che porta a ulcere dolorose. Si possono successivamente sviluppare infezioni e osteomielite di solito con un improvviso aumento del gonfiore, dell’arrossamento, drenaggio continuo e, talora, dolore. I pazienti con l’artropatia di Charcot presentano notevole gonfiore, calore e rossore anche se il dolore è poco o assente. La patologia può essere confusa per cellulite, osteomielite o gotta.

L’esame minuzioso dei piedi è componente essenziale della valutazione clinica di un paziente con diabete. Si possono evitare un numero consistente di amputazioni semplicemente adottando misure preventive e attraverso il precoce trattamento delle lesioni della cute.

Dovrebbe essere effettuato il test del tocco leggero. La protezione del piede e indossare calzature ben imbottite dovrebbero essere misure preventive, particolarmente necessarie in pazienti che non sono in grado di percepire sulla pianta del piede un filamento di nylon del diametro di 5,07 e del peso di 10 g.

Le ulcere diabetiche possono essere facilmente ispezionate per determinarne forma e profondità. Se si è in grado di sondare anche l’osso, verosimilmente è presente l’osteomielite.

L’esame dell’articolazione affetta da artropatia di Charcot mostra un piede caldo, rosso, gonfio con pelle intatta. Le pulsazioni sono normalmente forti.

Il piede elevato al di sopra del cuore per un minuto, perde il suo rossore, cosa che non succede invece nel caso di un piede affetto da cellulite, ascesso dei tessuti molli e/o osteomielite.

ESAMI DIAGNOSTICI

Radiografie sono necessarie per evidenziare osteomieliti e artropatie di Charcot . Analisi della vascolarizzazione sono utili quando la pulsazione è assente o quando il paziente presenta un’ulcera non dolorosa.

La risonanza magnetica può essere eseguita per confermare ascessi profondi e osteomieliti, anche se normalmente non è necessaria. Una scintigrafia combinata tecnezio-iridio dell’osso viene utilizzata nei casi più difficili per differenziare l’artropatia di Charcot dall’osteomielite.

DIAGNOSI DIFFERENZIALE

  • Cellulite (infezione dei tessuti molli, molto più facilmente associata con lesione della pelle).
  • Gotta (lesione dolorosa, aumento dell’acido urico serico).
  • Osteomielite (spesso sottostante un’ulcera aperta della pelle).
  • Altre neuropatie (malattia di Charcot-Marie-Tooth, neuropatia alcolica, neuropatia del cordone spinale).

COMPLICANZE DELLA PATOLOGIA

Ulcerazione della pelle, articolazione di Charcot, osteomielite cronica e gangrena possono subentrare in un piede diabetico. In questo caso si rende necessaria l’amputazione. La finalità del trattamento è l’educazione del paziente e la prevenzione.

Un buon controllo sistematico dei livelliserici di glucosio è di basilare importanza. Ogni neuropatia che subentra è irreversibile. Nel caso esista un problema, si richiede un trattamento aggressivo per evitarne il peggioramento e una situazione di debilitazione.

La comparsa di un callo è la prima fase di sviluppo di un’ulcera diabetica e segnala la necessità di adottare calzature adeguate (calzature morbide e imbottite, plantari modellati) e controlli ravvicinati. Il trattamento dell’ulcera diabetica richiede l’eliminazione della pressione che causa l’ulcera stessa per permetterle di guarire e, contemporaneamente, la prescrizione di calzature ottimali, in modo da prevenire la ricaduta.

Calzature comode, protesi ortopediche, protezioni a contatto totale possono essere utilizzati per ulcerazioni superficiali. Per quelle più profonde questo tipo di misure spesso si rivela inadeguato e si rende necessario l’intervento chirurgico.

Un atteggiamento in equino associato potrebbe essere corretto da una serie di docce gessate o dall’allungamento percutaneo, del tendine di Achille.

Il trattamento di un’infezione profonda dev’essere aggressivo e tempestivo.

L’infezione è di solito polimicrobica. Le colture dei tamponi di cute sono l’indicazione alla terapia antibiotica. Qualsiasi ascesso dovrebbe essere considerato un’emergenza e ripulito chirurgicamente. L’osteomielite può essere trattata chirurgicamente con l’asportazione della parte di osso infetta. Spesso è richiesta l’amputazione di un dito o di un raggio (dito più metatarso) per eradicare l’osteomielite di un dito o di teste metatarsali.

Nella fase iniziale dell’articolazione di Charcot, piede e caviglia devono essere alleggeriti e stabilizzati, spesso con un gesso. Dopo che il gonfiore e l’eritema sono diminuiti il paziente può aumentare il carico proseguendo però nell’utilizzo del gesso. Il paziente dev’essere avvisato che il periodo di immobilizzazione può essere lungo, spesso più di 12 mesi, e che potrebbe essere necessario per la deambulazione un sostegno permanente.

Quando l’artropatia di Charcot è riconosciuta e trattata adeguatamente, è possibile ottenere un accettabile recupero dell’arto. Nel caso di deformità gravi, che non possono essere trattate con il solo utilizzo di sostegni, è necessaria talora la ricostruzione chirurgica attraverso l’artrodesi.

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO

Sono le stesse già viste per il diabete con l’aggiunta di complicanze chirurgiche quali infezioni, ischemia e morte. Dolore inspiegabile nel piede diabetico, improvvisa comparsa di gonfiore e dolorabilità, ulcerazioni che non guariscono sono tutti segnali che richiedono ulteriori accertamenti.

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE

Ricordiamo che prevenire è meglio che curare e nel nostro centro specializzato per la cura del piede diabetico sapremo consigliarvi la soluzione migliore a livello di plantari su misura e calzature specifiche per non arrivare mai a soluzioni chirurgiche più drastiche!
Sanitaria Polaris Srl è l’unica ortopedia di Ostia Lido dotata di laboratorio ortopedico in sede, con tecnico ortopedico che ha conseguito master
sul piede diabetico.
Affidati con fiducia ai professionisti del settore.

 

 

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Dr. GIBAUD – Articoli elastici per lo sport.

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Diagnosi precoce: lo Screening neonatale esteso anche alle malattie neuromuscolari

Stanziati 4 milioni di euro per allargare lo screening neonatale e diagnosticare precocemente malattie potenzialmente mortali o gravemente disabilitanti

E’ stato approvato nei giorni scorsi un importante emendamento alla Legge di Bilancio, che potrà migliorare la vita di molti piccoli nati con malattie gravi e potenzialmente disabilitanti, che potranno così sperare in cure tempestive, grazie alla possibilità di identificare alcune patologie alla nascita, prima ancora della comparsa dei sintomi.

ALLARGAMENTO DELLO SCREENING GIA’ ESISTENTE – E’ passato infatti alla Commissione Bilancio della Camera l’emendamento Volpi riguardante lo screening neonatale: da oggi questo fondamentale strumento di diagnosi precoce potrà essere esteso anche ad altre patologie neuromuscolari genetiche, immunodeficienze congenite severe e malattie da accumulo lisosomiale. Inoltre l’emendamento prevede una revisione almeno ogni due anni della lista delle patologie da ricercare, in relazione all’evoluzione nel tempo delle evidenze scientifiche in campo diagnostico-terapeutico per le malattie genetiche ereditarie.
Questa importante estensione si aggiunge allo screening neonatale per le malattie metaboliche già introdotto due anni fa con la Legge 167/2016 (cosiddetta ‘Legge Taverna’).

COS’E’ LO SCREENING NEONATALE – Lo screening neonatale è un test non invasivo che viene fatto prelevando una goccia di sangue dal tallone del neonato nelle primissime ore di vita, per rilevare l’eventuale presenza di alcune gravi malattie che si manifestano solo dopo la nascita. Attualmente, secondo la Legge 167/2016, questo test viene effettuato, in tutte le Regioni d’Italia, per oltre 40 malattie metaboliche rare, permettendo di attivare immediatamente le terapie, migliorando l’aspettativa di vita e spesso evitando la morte prematura del piccolo o una gravissima disabilità.
Grazie a questo test si rilevano mediamente, ogni anno, circa 300 bambini affetti da malattie tra cui l’ipotiroidismo congenito, la fenilchetonuria (e varianti), l’iperplasia surrenalica congenita, la fibrosi cistica e molte decine di malattie metaboliche.

LA SODDISFAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI – E’ quindi comprensibile la grande soddisfazione dei promotori dell’iniziativa. Le 16 associazioni e federazioni di pazienti che nei giorni scorsi si erano appellate al Parlamento e al Governo in favore di questo emendamento, sottolineando l’importanza di aver fatto squadra e essersi unite per raggiungere questa importante vittoria di civiltà, fanno fatica a scegliere le parole per esprimere la loro gioia, una soddisfazione che per molti si è manifestata in maniera entusiastica nel momento in cui l’On. Volpi ha fatto sapere che la votazione aveva avuto esito positivo. “Non importa se sono stati stanziati meno fondi di quelli richiesti inizialmente – dicono, parlando della riduzione da 8 a 4 milioni di euro annui – quello che conta è che ora il Ministero avrà la possibilità di inserire nel panel patologie che prima non erano ipotizzabili e che dovrà aggiornarlo ogni due anni; la politica dovrà stare al passo con la scienza, che per fortuna nelle malattie rare sta facendo grandi progressi”.

fonte: Disabili.com

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Ma esiste davvero il Mal d’Ossa?

L’osteoporosi è una patologia che colpisce dopo i 60 anni il 30 per cento delle donne e il 15 degli uomini. Le cause di questa malattia, durante la quale prevale la distruzione di sostanza ossea…

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L’osteoporosi è una patologia che colpisce dopo i 60 anni il 30 per cento delle donne e il 15 degli uomini.

Le cause di questa malattia, durante la quale prevale la distruzione di sostanza ossea sulla neoproduzione di questa, con conseguente rarefazione progressiva del tessuto osseo, sono svariate. La forma più frequente è legata al passare degli anni (osteoporosi senile) e a un inevitabile processo di alterazione ossea.

Le donne sono più colpite probabilmente a causa degli squilibri ormonali che subentrano in menopausa.

Di solito si manifesta a livello di corpi vertebrali, ossa della mano e collo del femore (nella foto al microscopio): compito della medicina è di rallentare il processo che nessun farmaco ancora è però capace di bloccare definitivamente.

L’obiettivo degli ausili ortopedici di supporto per l’osteoporosi è cercare di ridurre il più possibile il rischio delle fratture ossee. «Il presidio ortopedico è importante», spiega il dott. Nicola Perrino, tecnico ortopedico e direttore del Centro Ortopedico Rinascita di Cinisello Balsamo (MI), «non solo nell’ambito di un programma terapeutico, ma anche nella prospettiva di un piano preventivo. Se scelti e usati correttamente, i presidi contribuiscono a sostenere in modo efficace il segmento interessato dal cedimento». Dato che la scelta tra i presidi in commercio è vasta, tra i fattori che determinano la scelta di un ausilio rispetto a un altro occorre tenere conto anzitutto dell’entità della patologia, della sintomatologia, della morfologia del paziente, dell’età, del grado di tollerabilità e dell’autonomia del paziente. «È anche necessaria», sottolinea Perrino, «un’adeguata conoscenza tecnica da parte del medico proscrittore e di tutte le figure professionali che ruotano attorno al paziente, perché solo se lo specialista, il tecnico ortopedico e il fisioterapista operano in sinergia è possibile ottenere buoni risultati».

Quali tutori?
I presidi con funzioni riabilitative, preventive o immobilizzanti più in uso in questi casi sono:
• ortesi per il piede – plantari e/o scarpe, utili per conferire stabilità e ridurre l’urto del tallone al suolo, limitando i microtraumi, principali cause delle fratture;
• tutori per il ginocchio – alla comparsa di alterazioni dell’asse femoro-tibiale, questi tutori permettono di creare una forza di spinta per ridurre il valgismo o il varismo delle ginocchia;
• tutori per l’anca – proteggono un’area che, se sottoposta a forti urti, potrebbe fratturarsi; hanno anche la funzione di scarico, per gravare sulla colonna vertebrale;
• tutori per il polso – sostengono un’articolazione che deve sopportare forti sollecitazioni e la proteggono da fratture dovute alla compressione che può determinarsi tra un osso e l’altro;
• tra i presidi più usati con funzioni riabilitative, preventive o immobilizzanti vi sono le ortesi per il tronco, ossia busti e corsetti.

«Busti e corsetti si differenziano per tipo e struttura, ma in generale oggi sono più leggeri rispetto al passato e sono costruiti con materiali innovativi. Il costruttore deve rispettare tre regole fondamentali: la gravità, le tre spinte e i punti di applicazione. In un corsetto, lo scarico a terra nell’azione antigravitaria è realizzato in modo indiretto, sfruttando le ali iliache e trasmettendo il carico a terra attraverso le gambe. Per raddrizzare una curva o allineare due segmenti contigui angolati tra loro servono invece tre spinte: la prima esterna dalla parte della convessità, le altre due contrarie, più lontane possibili e d’intensità pari a metà della prima. Per ottenere un’elongazione del tronco dal basso verso l’alto bisogna tenere conto dei punti di applicazione, ossia avere un punto di contrascesa (che impedisca al busto di salire), un punto di contro discesa (per evitare che il tutore scenda) e punti di contro rotazione, per evitare che il tutore ruoti vanificando la sua efficacia o, peggio, creando danni».
Il trattamento ortesico nel tratto lombare, uno dei più colpiti dalla malattia, è ridurre o annullare il dolore: ciò è possibile se si esercitano l’elongazione, l’estensione e l’immobilizzazione del segmento interessato. Si tratta senza dubbio del tratto della colonna vertebrale più soggetto a disturbi e degenerazioni, sia perché è destinato a sopportare il maggior carico sia perché è sottoposto a maggiori escursioni articolari».

«La soluzione ortesica», prosegue il dott. Perrino, «va valutata anche in base alle caratteristiche del fisico di ciascun paziente e va costruita tenendo conto delle problematiche specifiche. L’osteoporosi interessa generalmente più vertebre, in prevalenza con cedimenti a cuneo con base posteriore (cifotizzanti), dislocati spesso nel tratto dorso-lombare. Il corsetto, in questi casi, va pensato come dispositivo per fare ginnastica e memorizzare un assetto posturale migliore, naturalmente da usare part time».

I tradizionali busti in stoffa e stecche, però, non sono indicati perché il loro punto di applicazione è troppo basso e si rischia di accentuare la curva cifotica. I busti iperestensori a tre punti, invece, sono utili per trattamenti temporanei post-fratturativi, tuttavia sono poco indicati in caso di modificazioni strutturate del rachide e per l’uso a tempo indeterminato da parte del paziente. I busti iperestensori vertebrali (a tre punti), infatti, sono nati come dispositivi da Pronto soccorso per il trattamento di fratture traumatiche in soggetti morfologicamente normali. Questo tipo di busti si adatta male a donne anziane con morfologia deformata da cedimenti osteoporotici.

Questi busti, infatti, non rispettano le regole generali: sono sprovvisti dei punti di contrascesa e controdiscesa, vanno continuamente riassestati e da seduti salgono fino alla zona giugulare, diventando difficili da indossare da parte di pazienti con gravi cifosi.
«Il busto ideale per il trattamento di queste patologie», puntualizza Nicola Perrino, «deve invece esercitare una congrua presa di bacino (senza questa nessun busto è efficace) e sviluppare un’azione elongativa e un’altra in iperestensione. L’elongazione e l’iperestensione blanda si raggiungono attraverso una stimolazione sottoascellare e una corretta presa di bacino. Quest’ultima, se realizzata in modo corretto, impedisce al busto di scendere, consente l’elongazione e diventa base portante del rachide».

Una colonna osteoporotica, però, ha bisogno del giusto sostegno, ma deve anche poter praticare movimento: non va assolutamente immobilizzata. Nel progettare un busto bisogna pensare di far lavorare la muscolatura, per scaricare la struttura ossea sgravandola da un carico eccessivo rispetto alle proprie capacità di sostegno. Il busto modulare con stimolatori ascellari è la soluzione ottimale, perché sostiene senza bloccare. È costruito in materiale plastico, dunque è leggero e flessibile. I tempi di produzione medi sono di due o tre giorni.

Un’ultima considerazione. «Può accadere che, nonostante le corrette indicazioni, l’ortesi non funzioni», conclude Perrino. «Spesso si riscontra che l’ortesi è stata eseguita, montata o regolata male, dunque va modificata o rifatta».

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