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Le piaghe da decubito «dimenticate» dai servizi di assistenza a domicilio

In quattro casi su dieci le persone con lesioni non vengono seguite a casa dal Servizio sanitario nazionale e due pazienti su dieci non usano sistemi antidecubito che invece ci sono e portano a guarigione

Affliggono soprattutto persone allettate e non autosufficienti, per questo le lesioni cutanee da pressione (o ulcere da decubito) vanno trattate in assistenza domiciliare nella maggior parte dei casi. Spesso, però, non viene ancora garantito il diritto dei pazienti a ricevere le medicazioni e le cure necessarie a casa propria, come mette in evidenza il recente «Studio italiano lesioni da pressione» dell’Associazione italiana ulcere cutanee (Aiuc), che ha coinvolto 1.270 pazienti anziani. I risultati indicano che più di quattro pazienti su dieci non vengono seguiti dalla Asl: di questi, circa il 7 per cento paga di tasca propria un infermiere o medico privato per curarsi, gli altri, non potendo permetterselo, non ricevono nessuna assistenza qualificata.

  • Come si affrontano le piaghe da decubito
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Gestione affidata ai familiari

«Troppi pazienti con lesioni da pressione non sono intercettati dal sistema sanitario che, di fatto, delega la loro gestione ai familiari, eppure nella maggior parte dei casi si può guarire con cure appropriate — sottolinea il presidente di Aiuc, Francesco Petrella, referente per la formazione e indirizzo della Rete assistenziale di riparazione tessutale alla Asl Napoli 3 Sud — . I motivi? Probabilmente la Asl non accoglie la richiesta di attivare il servizio domiciliare perché non è grado di fornirlo, a volte capita che i pazienti e i loro familiari non lo richiedano perché non sanno che possono accedervi, anche se il medico di famiglia dovrebbe essere informato».

Personale infermieristico «esterno» alla Asl

Quando, invece, il servizio a domicilio è garantito dalla Asl, in più di sei casi su dieci è affidato a personale infermieristico esternalizzato. «Alcuni studi — riferisce Petrella — evidenziano che i pazienti con lesioni da pressione sono curati meglio da infermieri interni alla Asl che fanno parte di un’equipe stabile di professionisti, con protocolli definiti da seguire e con una formazione specifica sulle ulcere».

Materassi inadeguati

Lo studio rileva inoltre che quasi due pazienti su dieci non utilizzano nessun sistema antidecubito; tutti gli altri ne usufruiscono anche se, nella maggior parte dei casi, le Asl forniscono i tradizionali materassi antidecubito a gonfiaggio alternato. «Sono ancora poco usati i materassi a cessione di aria, inseriti nel nuovo nomenclatore dell’assistenza protesica— fa notare ancora Petrella — . Costano di più ma rappresentano uno dei migliori presidi per la prevenzione delle lesioni da pressione e la gestione delle ulcere più gravi, di III e IV grado».

Medicazioni e apparecchiature

Va meglio per le medicazioni avanzate, necessarie soprattutto per trattare le lesioni da pressione più gravi: secondo l’indagine, l’83,9 per cento dei pazienti le riceve dalla Asl. Sono, invece, utilizzate solo nell’1,7 per cento dei casi le terapie a pressione negativa. «Si tratta di tecniche che consentono di ottenere più alte percentuali di guarigione in tempi ridotti — spiega il presidente di Aiuc —. Per motivi economici, non tutte le Asl sono dotate dell’apparecchio per la pressione topica negativa, tra l’altro utile anche in altri casi. Capita anche che un cittadino residente nella stessa città possa accedere o meno a queste terapie a seconda dell’Asl cui appartiene. Oltre alla disparità di trattamento dei pazienti — prosegue Petrella — , un altro dato preoccupante emerso dallo studio è la quasi totale assenza di supporto sociale per chi è affetto da lesioni da pressione: su 1.270 pazienti appena cinque possono contare sull’intervento dei servizi sociali del Comune.

Strategie assenti

«La famiglia tampona come può ma, in un Paese che invecchia e con nuclei familiari sempre più ridotti, — avverte il presidente Aiuc — il problema delle ulcere cutanee, che già oggi affligge due milioni di italiani, potrebbe esplodere in un futuro non molto lontano, se non si mettono subito in atto strategie per prevenirle».

La Sanitaria Polaris Srl offre ai propri clienti numerose soluzioni preventive al problema. Potete visionarle a questo link: https://www.sanitariapolaris.it/categoria-prodotto/antidecubito/

Per informazioni non esitate a contattarci!

Fonte: Corriere.it

 

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Il piede diabetico

Il Piede Diabetico è detto anche Artropatia di Charcot o Piede neuropatico.

Il piede diabetico è una patologia diffusa ed è causa comune di ospedalizzazione e amputazione. I pazienti presentano, insieme all’ulcerazione della cute, infezione e/o artropatia di Charcot. L’eziologia primaria consiste nella compromissione del nervo periferico che risulta deficiente nella sensibilità propiocettiva, nelle funzioni autonome e/o motorie. In seguito a impercettibili traumi ripetuti si ha un deterioramento della cute con perditi del feedback sensoriale. L’insufficienza vascolare può contribuire a peggiorare la situazione dei piedi in un paziente diabetico.

 

 

Per diabete si intende un gruppo di disordini metabolici caratterizzato da alti livelli di glucosio nel sangue. Le quattro principali categorie sono:

  1. il tipo 1 (diabete mellito insuline-dipendente),
  2. il tipo 2 (diabete mellito non insulinedipendente),
  3. il diabete mellito gestazionale e
  4. il diabete secondario ad altre patologie.

Il tipo 1 e 2 sono le forme più comuni, con approssimativamente il 5-10% di tutti i casi di diabete per il diabete 1 e l’85-90% per il tipo 2.

Il piede diabetico è una patologia diffusa negli Stati Uniti ed è causa comune di ospedalizzazione e amputazione.

diabete

I pazienti presentano, insieme all’ulcerazione della cute, infezione e/o artropatia di Charcot. L’eziologia primaria consiste nella compromissione del nervo periferico che risulta deficiente nella sensibilità propiocettiva, nelle funzioni autonome e/o motorie. In seguito a impercettibili traumi ripetuti si ha un deterioramento della cute con perditi del feedback sensoriale. L’insufficienza vascolare può contribuire a peggiorare la situazione dei piedi in un paziente diabetico.

I pazienti con disfunzione autonoma presentano pelle secca, squamosa, screpolata, condizioni queste che la predispongono all’ulcerazione.

La neuropatia motoria causa la debolezza dei muscoli intrinseci del piede, la deformità delle dita ad artiglio, la sublussazione o dislocazione dell’articolazione Metatarsofalangea, una posizione plantare anomala delle teste metatarsali, un aumento della pressione sulla pianta del piede, la screpolatura, ulcerazione, infezione profonda della pelle e l’osteomielite. Forze esterne quali ad esempio quelle causate da calzature troppo strette, possono contribuire alla lacerazione della pelle.

L’artropatia di Charcot provoca un’alterazione della normale percezione algica e delle sensazioni propiocettive. Si hanno progressiva alterazione della stabilità dell’articolazione e gravi deformazioni ossee.

SINTOMI CLINICI

I pazienti possono non presentare sintomi oppure possono riportare dolere notturno caratterizzato da bruciore e formicolio secondari a una nevrite.

Nelle zone sottoposte a una pressione anormale si ha screpolatura della pelle che porta a ulcere dolorose. Si possono successivamente sviluppare infezioni e osteomielite di solito con un improvviso aumento del gonfiore, dell’arrossamento, drenaggio continuo e, talora, dolore. I pazienti con l’artropatia di Charcot presentano notevole gonfiore, calore e rossore anche se il dolore è poco o assente. La patologia può essere confusa per cellulite, osteomielite o gotta.

L’esame minuzioso dei piedi è componente essenziale della valutazione clinica di un paziente con diabete. Si possono evitare un numero consistente di amputazioni semplicemente adottando misure preventive e attraverso il precoce trattamento delle lesioni della cute.

Dovrebbe essere effettuato il test del tocco leggero. La protezione del piede e indossare calzature ben imbottite dovrebbero essere misure preventive, particolarmente necessarie in pazienti che non sono in grado di percepire sulla pianta del piede un filamento di nylon del diametro di 5,07 e del peso di 10 g.

Le ulcere diabetiche possono essere facilmente ispezionate per determinarne forma e profondità. Se si è in grado di sondare anche l’osso, verosimilmente è presente l’osteomielite.

L’esame dell’articolazione affetta da artropatia di Charcot mostra un piede caldo, rosso, gonfio con pelle intatta. Le pulsazioni sono normalmente forti.

Il piede elevato al di sopra del cuore per un minuto, perde il suo rossore, cosa che non succede invece nel caso di un piede affetto da cellulite, ascesso dei tessuti molli e/o osteomielite.

ESAMI DIAGNOSTICI

Radiografie sono necessarie per evidenziare osteomieliti e artropatie di Charcot . Analisi della vascolarizzazione sono utili quando la pulsazione è assente o quando il paziente presenta un’ulcera non dolorosa.

La risonanza magnetica può essere eseguita per confermare ascessi profondi e osteomieliti, anche se normalmente non è necessaria. Una scintigrafia combinata tecnezio-iridio dell’osso viene utilizzata nei casi più difficili per differenziare l’artropatia di Charcot dall’osteomielite.

DIAGNOSI DIFFERENZIALE

  • Cellulite (infezione dei tessuti molli, molto più facilmente associata con lesione della pelle).
  • Gotta (lesione dolorosa, aumento dell’acido urico serico).
  • Osteomielite (spesso sottostante un’ulcera aperta della pelle).
  • Altre neuropatie (malattia di Charcot-Marie-Tooth, neuropatia alcolica, neuropatia del cordone spinale).

COMPLICANZE DELLA PATOLOGIA

Ulcerazione della pelle, articolazione di Charcot, osteomielite cronica e gangrena possono subentrare in un piede diabetico. In questo caso si rende necessaria l’amputazione. La finalità del trattamento è l’educazione del paziente e la prevenzione.

Un buon controllo sistematico dei livelliserici di glucosio è di basilare importanza. Ogni neuropatia che subentra è irreversibile. Nel caso esista un problema, si richiede un trattamento aggressivo per evitarne il peggioramento e una situazione di debilitazione.

La comparsa di un callo è la prima fase di sviluppo di un’ulcera diabetica e segnala la necessità di adottare calzature adeguate (calzature morbide e imbottite, plantari modellati) e controlli ravvicinati. Il trattamento dell’ulcera diabetica richiede l’eliminazione della pressione che causa l’ulcera stessa per permetterle di guarire e, contemporaneamente, la prescrizione di calzature ottimali, in modo da prevenire la ricaduta.

Calzature comode, protesi ortopediche, protezioni a contatto totale possono essere utilizzati per ulcerazioni superficiali. Per quelle più profonde questo tipo di misure spesso si rivela inadeguato e si rende necessario l’intervento chirurgico.

Un atteggiamento in equino associato potrebbe essere corretto da una serie di docce gessate o dall’allungamento percutaneo, del tendine di Achille.

Il trattamento di un’infezione profonda dev’essere aggressivo e tempestivo.

L’infezione è di solito polimicrobica. Le colture dei tamponi di cute sono l’indicazione alla terapia antibiotica. Qualsiasi ascesso dovrebbe essere considerato un’emergenza e ripulito chirurgicamente. L’osteomielite può essere trattata chirurgicamente con l’asportazione della parte di osso infetta. Spesso è richiesta l’amputazione di un dito o di un raggio (dito più metatarso) per eradicare l’osteomielite di un dito o di teste metatarsali.

Nella fase iniziale dell’articolazione di Charcot, piede e caviglia devono essere alleggeriti e stabilizzati, spesso con un gesso. Dopo che il gonfiore e l’eritema sono diminuiti il paziente può aumentare il carico proseguendo però nell’utilizzo del gesso. Il paziente dev’essere avvisato che il periodo di immobilizzazione può essere lungo, spesso più di 12 mesi, e che potrebbe essere necessario per la deambulazione un sostegno permanente.

Quando l’artropatia di Charcot è riconosciuta e trattata adeguatamente, è possibile ottenere un accettabile recupero dell’arto. Nel caso di deformità gravi, che non possono essere trattate con il solo utilizzo di sostegni, è necessaria talora la ricostruzione chirurgica attraverso l’artrodesi.

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO

Sono le stesse già viste per il diabete con l’aggiunta di complicanze chirurgiche quali infezioni, ischemia e morte. Dolore inspiegabile nel piede diabetico, improvvisa comparsa di gonfiore e dolorabilità, ulcerazioni che non guariscono sono tutti segnali che richiedono ulteriori accertamenti.

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE

Ricordiamo che prevenire è meglio che curare e nel nostro centro specializzato per la cura del piede diabetico sapremo consigliarvi la soluzione migliore a livello di plantari su misura e calzature specifiche per non arrivare mai a soluzioni chirurgiche più drastiche!
Sanitaria Polaris Srl è l’unica ortopedia di Ostia Lido dotata di laboratorio ortopedico in sede, con tecnico ortopedico che ha conseguito master
sul piede diabetico.
Affidati con fiducia ai professionisti del settore.

 

 

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Dr. GIBAUD – Articoli elastici per lo sport.

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Diagnosi precoce: lo Screening neonatale esteso anche alle malattie neuromuscolari

Stanziati 4 milioni di euro per allargare lo screening neonatale e diagnosticare precocemente malattie potenzialmente mortali o gravemente disabilitanti

E’ stato approvato nei giorni scorsi un importante emendamento alla Legge di Bilancio, che potrà migliorare la vita di molti piccoli nati con malattie gravi e potenzialmente disabilitanti, che potranno così sperare in cure tempestive, grazie alla possibilità di identificare alcune patologie alla nascita, prima ancora della comparsa dei sintomi.

ALLARGAMENTO DELLO SCREENING GIA’ ESISTENTE – E’ passato infatti alla Commissione Bilancio della Camera l’emendamento Volpi riguardante lo screening neonatale: da oggi questo fondamentale strumento di diagnosi precoce potrà essere esteso anche ad altre patologie neuromuscolari genetiche, immunodeficienze congenite severe e malattie da accumulo lisosomiale. Inoltre l’emendamento prevede una revisione almeno ogni due anni della lista delle patologie da ricercare, in relazione all’evoluzione nel tempo delle evidenze scientifiche in campo diagnostico-terapeutico per le malattie genetiche ereditarie.
Questa importante estensione si aggiunge allo screening neonatale per le malattie metaboliche già introdotto due anni fa con la Legge 167/2016 (cosiddetta ‘Legge Taverna’).

COS’E’ LO SCREENING NEONATALE – Lo screening neonatale è un test non invasivo che viene fatto prelevando una goccia di sangue dal tallone del neonato nelle primissime ore di vita, per rilevare l’eventuale presenza di alcune gravi malattie che si manifestano solo dopo la nascita. Attualmente, secondo la Legge 167/2016, questo test viene effettuato, in tutte le Regioni d’Italia, per oltre 40 malattie metaboliche rare, permettendo di attivare immediatamente le terapie, migliorando l’aspettativa di vita e spesso evitando la morte prematura del piccolo o una gravissima disabilità.
Grazie a questo test si rilevano mediamente, ogni anno, circa 300 bambini affetti da malattie tra cui l’ipotiroidismo congenito, la fenilchetonuria (e varianti), l’iperplasia surrenalica congenita, la fibrosi cistica e molte decine di malattie metaboliche.

LA SODDISFAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI – E’ quindi comprensibile la grande soddisfazione dei promotori dell’iniziativa. Le 16 associazioni e federazioni di pazienti che nei giorni scorsi si erano appellate al Parlamento e al Governo in favore di questo emendamento, sottolineando l’importanza di aver fatto squadra e essersi unite per raggiungere questa importante vittoria di civiltà, fanno fatica a scegliere le parole per esprimere la loro gioia, una soddisfazione che per molti si è manifestata in maniera entusiastica nel momento in cui l’On. Volpi ha fatto sapere che la votazione aveva avuto esito positivo. “Non importa se sono stati stanziati meno fondi di quelli richiesti inizialmente – dicono, parlando della riduzione da 8 a 4 milioni di euro annui – quello che conta è che ora il Ministero avrà la possibilità di inserire nel panel patologie che prima non erano ipotizzabili e che dovrà aggiornarlo ogni due anni; la politica dovrà stare al passo con la scienza, che per fortuna nelle malattie rare sta facendo grandi progressi”.

fonte: Disabili.com

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Ma esiste davvero il Mal d’Ossa?

L’osteoporosi è una patologia che colpisce dopo i 60 anni il 30 per cento delle donne e il 15 degli uomini. Le cause di questa malattia, durante la quale prevale la distruzione di sostanza ossea…

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L’osteoporosi è una patologia che colpisce dopo i 60 anni il 30 per cento delle donne e il 15 degli uomini.

Le cause di questa malattia, durante la quale prevale la distruzione di sostanza ossea sulla neoproduzione di questa, con conseguente rarefazione progressiva del tessuto osseo, sono svariate. La forma più frequente è legata al passare degli anni (osteoporosi senile) e a un inevitabile processo di alterazione ossea.

Le donne sono più colpite probabilmente a causa degli squilibri ormonali che subentrano in menopausa.

Di solito si manifesta a livello di corpi vertebrali, ossa della mano e collo del femore (nella foto al microscopio): compito della medicina è di rallentare il processo che nessun farmaco ancora è però capace di bloccare definitivamente.

L’obiettivo degli ausili ortopedici di supporto per l’osteoporosi è cercare di ridurre il più possibile il rischio delle fratture ossee. «Il presidio ortopedico è importante», spiega il dott. Nicola Perrino, tecnico ortopedico e direttore del Centro Ortopedico Rinascita di Cinisello Balsamo (MI), «non solo nell’ambito di un programma terapeutico, ma anche nella prospettiva di un piano preventivo. Se scelti e usati correttamente, i presidi contribuiscono a sostenere in modo efficace il segmento interessato dal cedimento». Dato che la scelta tra i presidi in commercio è vasta, tra i fattori che determinano la scelta di un ausilio rispetto a un altro occorre tenere conto anzitutto dell’entità della patologia, della sintomatologia, della morfologia del paziente, dell’età, del grado di tollerabilità e dell’autonomia del paziente. «È anche necessaria», sottolinea Perrino, «un’adeguata conoscenza tecnica da parte del medico proscrittore e di tutte le figure professionali che ruotano attorno al paziente, perché solo se lo specialista, il tecnico ortopedico e il fisioterapista operano in sinergia è possibile ottenere buoni risultati».

Quali tutori?
I presidi con funzioni riabilitative, preventive o immobilizzanti più in uso in questi casi sono:
• ortesi per il piede – plantari e/o scarpe, utili per conferire stabilità e ridurre l’urto del tallone al suolo, limitando i microtraumi, principali cause delle fratture;
• tutori per il ginocchio – alla comparsa di alterazioni dell’asse femoro-tibiale, questi tutori permettono di creare una forza di spinta per ridurre il valgismo o il varismo delle ginocchia;
• tutori per l’anca – proteggono un’area che, se sottoposta a forti urti, potrebbe fratturarsi; hanno anche la funzione di scarico, per gravare sulla colonna vertebrale;
• tutori per il polso – sostengono un’articolazione che deve sopportare forti sollecitazioni e la proteggono da fratture dovute alla compressione che può determinarsi tra un osso e l’altro;
• tra i presidi più usati con funzioni riabilitative, preventive o immobilizzanti vi sono le ortesi per il tronco, ossia busti e corsetti.

«Busti e corsetti si differenziano per tipo e struttura, ma in generale oggi sono più leggeri rispetto al passato e sono costruiti con materiali innovativi. Il costruttore deve rispettare tre regole fondamentali: la gravità, le tre spinte e i punti di applicazione. In un corsetto, lo scarico a terra nell’azione antigravitaria è realizzato in modo indiretto, sfruttando le ali iliache e trasmettendo il carico a terra attraverso le gambe. Per raddrizzare una curva o allineare due segmenti contigui angolati tra loro servono invece tre spinte: la prima esterna dalla parte della convessità, le altre due contrarie, più lontane possibili e d’intensità pari a metà della prima. Per ottenere un’elongazione del tronco dal basso verso l’alto bisogna tenere conto dei punti di applicazione, ossia avere un punto di contrascesa (che impedisca al busto di salire), un punto di contro discesa (per evitare che il tutore scenda) e punti di contro rotazione, per evitare che il tutore ruoti vanificando la sua efficacia o, peggio, creando danni».
Il trattamento ortesico nel tratto lombare, uno dei più colpiti dalla malattia, è ridurre o annullare il dolore: ciò è possibile se si esercitano l’elongazione, l’estensione e l’immobilizzazione del segmento interessato. Si tratta senza dubbio del tratto della colonna vertebrale più soggetto a disturbi e degenerazioni, sia perché è destinato a sopportare il maggior carico sia perché è sottoposto a maggiori escursioni articolari».

«La soluzione ortesica», prosegue il dott. Perrino, «va valutata anche in base alle caratteristiche del fisico di ciascun paziente e va costruita tenendo conto delle problematiche specifiche. L’osteoporosi interessa generalmente più vertebre, in prevalenza con cedimenti a cuneo con base posteriore (cifotizzanti), dislocati spesso nel tratto dorso-lombare. Il corsetto, in questi casi, va pensato come dispositivo per fare ginnastica e memorizzare un assetto posturale migliore, naturalmente da usare part time».

I tradizionali busti in stoffa e stecche, però, non sono indicati perché il loro punto di applicazione è troppo basso e si rischia di accentuare la curva cifotica. I busti iperestensori a tre punti, invece, sono utili per trattamenti temporanei post-fratturativi, tuttavia sono poco indicati in caso di modificazioni strutturate del rachide e per l’uso a tempo indeterminato da parte del paziente. I busti iperestensori vertebrali (a tre punti), infatti, sono nati come dispositivi da Pronto soccorso per il trattamento di fratture traumatiche in soggetti morfologicamente normali. Questo tipo di busti si adatta male a donne anziane con morfologia deformata da cedimenti osteoporotici.

Questi busti, infatti, non rispettano le regole generali: sono sprovvisti dei punti di contrascesa e controdiscesa, vanno continuamente riassestati e da seduti salgono fino alla zona giugulare, diventando difficili da indossare da parte di pazienti con gravi cifosi.
«Il busto ideale per il trattamento di queste patologie», puntualizza Nicola Perrino, «deve invece esercitare una congrua presa di bacino (senza questa nessun busto è efficace) e sviluppare un’azione elongativa e un’altra in iperestensione. L’elongazione e l’iperestensione blanda si raggiungono attraverso una stimolazione sottoascellare e una corretta presa di bacino. Quest’ultima, se realizzata in modo corretto, impedisce al busto di scendere, consente l’elongazione e diventa base portante del rachide».

Una colonna osteoporotica, però, ha bisogno del giusto sostegno, ma deve anche poter praticare movimento: non va assolutamente immobilizzata. Nel progettare un busto bisogna pensare di far lavorare la muscolatura, per scaricare la struttura ossea sgravandola da un carico eccessivo rispetto alle proprie capacità di sostegno. Il busto modulare con stimolatori ascellari è la soluzione ottimale, perché sostiene senza bloccare. È costruito in materiale plastico, dunque è leggero e flessibile. I tempi di produzione medi sono di due o tre giorni.

Un’ultima considerazione. «Può accadere che, nonostante le corrette indicazioni, l’ortesi non funzioni», conclude Perrino. «Spesso si riscontra che l’ortesi è stata eseguita, montata o regolata male, dunque va modificata o rifatta».

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Vesciche: come si formano e come eliminarle…

Vesciche: come si formano e come eliminarle…

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«Le vesciche sono l’esito dello strofinamento tra piede e calzatura. Questo stress meccanico dà vita a un processo infiammatorio a seguito del quale, tra derma e epidermide, si forma una raccolta di liquido (siero) che origina la bolla», spiega il podologo Arcangelo Marseglia. Ma non è tanto la presenza della bolla in sé a provocare dolore, quanto il fatto «che si manifesti in zone di inevitabile contatto con le scarpe, come il tallone o l’estremità delle dita». Se la vescica si è già formata si può intervenire con una procedura molto semplice, suggerita dal nostro esperto, che permetterà la guarigione della lacerazione in tre giorni, a patto evitare scarpe troppo strette o di indossarle senza calzini.

 

Con un dischetto di cotone imbevuto di liquido a base di cloruro di benzalconio, disinfetta la vescica.

Buca la bolla con un ago sterile (va bene anche quello monouso della siringa per insulina). Se la pelle è particolarmente spessa sarà necessario effettuare più punture.

Fai pressione con una garza sulla bolla, in modo da far uscire tutto il siero.

Disinfetta nuovamente la vescica e coprila con una garza. È sconsigliato mettere un cerotto poiché stimola la formazione di umidità, sfavorendo la cicatrizzazione della ferita.

 

L’ideale è affidarsi ad una medicazione avanzata specifica, ad uso professionale, per una guarigione perfetta!

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RUMORE AL MOVIMENTO DEL GINOCCHIO – Perchè succede?

Le ginocchia a volte fanno rumore
Molto spesso le ginocchia scricchiolano senza apparente motivo, non si riesce a rintracciare la causa dei rumore durante il movimento. In molti casi non c’è bisogno di dare molta importanza alla cosa.

Il crepitio, a volte indicato come crepitazione, è un termine usato in semeiotica per descrivere i rumori percepiti come rumore crepitante o di sfregamento muovendo ossa fratturate o articolazioni artrosiche. Possono essere percepiti rumori secchi all’interno del ginocchio ad ogni età ma la cosa diventa più frequente in età avanzata.

Molte persone sentono uno strano rumore al ginocchio senza dolore, in alcuni casi i rumori vengono descritti come dei “pop” o dei “crack”. Questi rumori si sentono quando il ginocchio viene flesso come durante alcuni esercizi come lo squat o durante un movimento completo di flessione. In generale si deve dare poca importanza a rumori al ginocchio che non si associano a dolore.

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Perché le ginocchia fanno rumore
il rumore al ginocchio al piegamento del ginocchio è determinato principalmente da due cause

La cartilagine che è il tessuto che ricopre le ossa a livello delle articolazioni può alterarsi scoprendo alcune zone. In flessione e sotto sforzo o dopo essere stati a lungo in piedi sedendosi, lo scorrimento articolare sopra queste aree corrugate provoca rumore (come un asfalto invecchiato determina più rumore allo scorrimento degli pneumatici delle auto);
il legamenti del ginocchio sono un’altra motivazione al rumore al specie al rumore dietro al ginocchio che è dato dallo schioccare dei legamenti durante il movimento. I legamenti sono “corde” che stabilizzano l’articolazione, in alcuni casi nel passaggio da una posizione all’altra “scattano” facendo rumore sport-riscaldamento-trauma
la presenza di aree di cavitazione o vuoto determinato dal movimento articolare che “scoppiano” come bolle.
Se il ginocchio fa rumore e questo è associato a dolore forse andrebbe visto da un ortopedico.

Il rumore secco al ginocchio se associato a dolore può essere segno di alcune patologie

Rottura meniscale
il menisco (in ogni ginocchio ci sono due menischi) è una struttura “gommosa” a forma di C che si frappone tra la tibia ed il femore per favorire lo scorrimento delle ossa durante la flessione. Si comporta anche come “ammortizzatore” del carico consentendo che venga “spalmato” su una area maggiore.

Le rotture del menisco vengono provocate da torsioni e traumi sportivi. In alcuni casi sono rotture legate all’usura legata all’invecchiamento.

Rottura della cartilagine
la cartilagine può danneggiarsi in seguito a trauma ed un suo frammento può staccarsi e spostarsi all’interno del ginocchio. In genere un ginocchio che subisce un trauma reagisce gonfiandosi e bloccandosi. La cartilagine si può frammentare oltre che per trauma anche in seguito allo sviluppo di una artrosi. La causa più frequente di scricchiolio al ginocchio è l’artrosi che in genere colpisce durante la mezza età ma non si può escludere in età più giovanile.

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Consigli per la salute del ginocchio: rumori-ginocchio
Esercizio regolare per rinforzare i muscoli della coscia e della gamba. Utilissimi gli esercizi con le bande elastiche o anche lo squat (ben eseguito) e gli affondi. Serie evidenze scientifiche vantano molto l’esercizio del salire e scendere le scale e la bicicletta;
esercizi di riscaldamento prima di fare sport. Un regolare e valido riscaldamento previene gli infortuni sportivi;
mantenere il ginocchio in movimento. Esercizi di stretching dinamico e stretching statico dopo l’esercizio sportivo favoriscono la funzione muscolare e riducono i traumi. Se sei in piena forma esegui un prolungato workouts;
la scarpa per lo sport deve essere nuova, adatta al piede ed in perfetta condizione;
controllare il proprio peso corporeo e adattare gli esercizi alla diversa forma fisica riduce lo stress delle ginocchia. L’obesità è il principale fattore di rischio nello sviluppo dell’artrosi di ginocchio.

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THERA-BAND: IN FORMA CON L’ELASTICO

Thera-Band: In forma con l’elastico

Thera-Band sono senza dubbio l’attrezzo di allenamento più amato: utilizzato dagli atleti professionisti, nei programmi fitness e in ambito riabilitativo, agevolano il training individuale. Mediante svariate praticate, possono essere allenati tutti i muscoli del corpo, potenziando la mobilità in modo efficace. Di seguito, ti spieghiamo quali sono le bande elastiche più adatte e le loro modalità di impiego.

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THERA-BAND VERSATILI PER IL TUO PERSONALE PROGRAMMA DI ALLENAMENTO

Prima dell’allenamento, occorre innanzitutto scegliere l’elastico più adeguato. I diversi colori indicano la forza necessaria per tenderli: è consigliabile iniziare con le bande gialle o rosse e svolgere i singoli esercizi 15-20 volte, senza eccedere nello sforzo. Se l’impegno richiesto è insostenibile e riesci a svolgere solo poche ripetizioni, è opportuno scegliere un elastico più semplice da tendere: viceversa, se il completamento delle serie risulta agevole, puoi passare a un Thera-Band più resistente o aumentare il numero delle ripetizioni.

Le bande di livello superiore sono di colore verde e blu, mentre quelle più estreme sono nere, argento e oro: queste ultime, però, vengono utilizzate solo nelle discipline agonistiche di alto livello e sono troppo impegnative per l’utilizzo domestico e quotidiano. Infine, occorre scegliere tra il classico elastico ad estremità libere e un band loop circolare: entrambi presentano vantaggi e svantaggi in virtù degli esercizi praticati.

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L’elastico classico è particolarmente adatto agli esercizi per il potenziamento di bicipiti, tricipiti, spalle e schiena, grazie alla possibilità di allungarlo con una maggiore estensione. Una delle pratiche più apprezzate prevede il sollevamento delle braccia con i piedi posizionati sulla banda elastica, mentre le mani ne afferrano le estremità: gli arti superiori possono essere distesi o flessi verso l’alto e sollevati in avanti, lateralmente o dietro il corpo a seconda del muscolo da allenare.

La fascia può essere utilizzata anche con il classico sit up per il potenziamento di schiena e addome: portando le gambe verso il petto in posizione supina, la banda viene posizionata sotto i piedi e tirata dietro la testa. In questo modo si crea una resistenza per il rafforzamento dei muscoli anche nel movimento di discesa del busto.

TROVATE IL PRODOTTO A QUESTO LINK: https://www.sanitariapolaris.it/prodotto/thera-band/

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L’alluce valgo: come viene e che cosa si può fare

Più di un terzo delle donne italiane soffre di questo fastidioso disturbo, complici calzature inadeguate, unite a una predisposizione individuale. Ma non tutte le deformità sono uguali e non esiste una soluzione che vada bene per tutti

Che cos’è

L’alluce valgo – spiega Angelo Chessa, responsabile dell’Unità di chirurgia del piede dell’Ospedale San Paolo di Milano – è una deformità della parte anteriore del piede conseguenza di una deviazione del primo dito (alluce) verso le altre dita del piede. Questo spostamento causa un tipico rigonfiamento laterale a livello della testa del primo metatarso. L’angolo tra il metatarso dell’alluce e quello del secondo dito si modifica progressivamente, con spostamento della base dell’alluce verso l’esterno. Nel corso degli anni si possono instaurare anche deformità delle altre dita e forti dolori al piede (metatarsalgie).

È del 40% la diffusione dell’alluce valgo nelle donne. 75% sono invece i casi in cui l’alluce valgo riguarda entrambi i piedi.

(illustrazione di Mirko Tangherlini)
La causa più frequente dell’insorgere dell’alluce valgo è spesso l’utilizzo di calzature non adatte (scarpe a punta e con tacchi alti), perché quando il piede nudo è appoggiato al suolo il carico è diviso per il 55% sul tallone e per il 45% sulle dita; con un tacco di 2 cm il carico si equilibra al 50% tra tallone e dita, ma con un tacco di 9 cm il carico grava per l’80% sull’avampiede per il 20% sul tallone. E quando la calzatura con tacco alto ha anche la punta stretta, l’alluce e il 5° dito vengono spinti verso il centro del piede, cioè in una posizione «in valgo» per l’alluce.
(illustrazione di Mirko Tangherlini)

I sintomi

La progressiva modificazione dell’angolazione dell’alluce può provocare diversi disturbi: nelle forme iniziali si infiamma il 1° metatarso e si instaura un tipico rigonfiamento sul lato interno del piede, la cosiddetta “cipolla” (testa del metatarso), che può arrossarsi e gonfiarsi. Il paziente avverte dolore, soprattutto in seguito allo sfregamento con le scarpe. Nelle forme avanzate la deviazione dell’alluce diventa sempre più marcata e ne risentono anche le altre dita del piede. Dal calcagno e dalle teste di 1° e 5° metatarso il carico si trasferisce su 2°, 3° e 4° metatarso provocando dolore (metatarsalgie) e ulteriori deformità (dita a martello).

Le cure

Nelle forme iniziali, se si interviene in tempo, l’uso di un plantare può evitare peggioramenti, ma non può far regredire la patologia.

Utili anche i divaricatori notturni, che bloccano molto il peggioramento della patologia sfruttando le ore in cui il piede non è costretto nelle calzature.

Li potete trovare qui: https://www.sanitariapolaris.it/prodotto/fascia-notturna-per-alluce-valgo/

Le deformità dell’alluce , una volta prodotte, possono essere corrette solo con l’intervento chirurgico. Le tecniche sono moltissime e la scelta dipende molto dal singolo caso: bisogna individuare la procedura chirurgica più indicata per ogni tipo di paziente e di alluce valgo, definita in base a diversi parametri tra cui età del paziente, entità della deformità, condizioni generali e locali del piede, presenza di deformità alle altre dita, ecc.

In caso di operazioni chirurgiche invece dopo è obbligatorio portare una scarpa post-operatoria…

La più moderna ed utilizzata è la Podalux, che potete visonare qui: https://www.sanitariapolaris.it/prodotto/scarpa-postoperatoria-podalux-light/

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I traumi distorsivi di caviglia – Come curarli?

I traumi distorsivi di caviglia hanno un’evoluzione positiva con un recupero completo delle attività precedenti al trauma nella maggior parte dei casi (circa 80%).

Il ritorno all’attività sportiva può variare dalle 4 alle 8 settimane a seconda della gravità della lesione. Fattore imprescindibile per un recupero completo, in particolare nelle distorsioni di grado 2 e 3, è l’attuazione di un adeguato programma riabilitativo (per maggiori informazioni sul trattamento riabilitativo dopo una distorsione di caviglia clicca QUI). Una mancata o incompleta riabilitazione è la causa più comune di dolore e instabilità cronici. Una scarsa assiduità del paziente nel praticare esercizi di rinforzo muscolare e propriocettivi può condurre a nuovi episodi distorsivi e nei casi più gravi alla necessità di intervenire chirurgicamente.

Se dopo una distorsione il dolore continua per oltre 6 settimane, si parla di lesione cronica. Attività che possono peggiorare questo dolore sono il camminare o correre su terreni sconnessi, o praticare sport che comportino movimenti rotatori e cambi di direzione (es. tennis, calcio, basket).

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PREVENZIONE

Il modo migliore di prevenire una distorsione di caviglia è mantenere una buona forza muscolare, un buon equilibrio e flessibilità articolare.

Le seguenti precauzioni possono essere d’aiuto nella prevenzione:

Riscaldarsi adeguatamente prima di un’attività sportiva
Prestare attenzione quando di cammina o si corre su terreni irregolari
Indossare calzature adeguate per l’attività praticata
Rallentare il ritmo o cessare l’attività quando si percepisce dolore o affaticamento

MANTENIMENTO

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